AgileHR, implementare nuovi sistemi di lavoro Agile

Quello del lavoro agile è oramai un tema sempre più diffuso e ricorrente quando si parla di organizzazioni e gestione delle persone.

Di recente il governo ha dato una definizione maggiormente significativa di questo concetto ferme restando alcune storture e limitazioni nella visione di cosa significhi lavoro agile. Troppo spesso, infatti, è ricondotto esclusivamente al lavorare da casa quando, invece, è in primis un approccio filosofico, un nuovo modo di interpretare il rapporto con le persone con cui si lavora, di organizzare il lavoro stesso in quanto a strumenti e prassi da implementare.

Questa settimana, a tal proposito, è in corso a Milano la terza settimana del lavoro agile che si sviluppa su diversi fronti con tante iniziative, ad esempio, da parte di coworking ed incubatori di imprese che rappresentano, tra gli altri, una parte del vero modo di interpretare il lavoro agile.

Dal mio punto di vista cerco tutti i giorni di diffondere, educare i miei clienti e chi fa parte del mio network la cultura del lavoro agile e di un nuovo modo di affrontare la vita lavorativa e l’organizzazione della propria impresa.

Ne parlerò, se può interessarti, ad Ancona il prossimo 8 giugno dalle 9 alle 13. Vedremo da dove iniziare nell’approcciare al lavoro agile, come fare la transizione in maniera adeguata ed indolore oltre che produttiva, come utilizzare la tecnologia e quello che ha da offrire per favorire questo tipo di cambiamento. Trovi tutte le informazioni cliccando qui.

 

Grazie per l’attenzione,

Alessandro

Lavorare sulle persone in azienda con la facilitazione ed il serious gaming

Learning-by-DoingNel panorama molto ampio degli strumenti applicabili alla facilitazione dei processi riguardanti le persone in azienda sta prendendo sempre più piede il metodo Lego® Serious Play®, nato in Danimarca negli anni ’90 e che usa i mattoncini della Lego.

Entriamo, in questo caso come in altri, nel mondo del serious gaming o gamification e cioè quell’approccio innovativo alla formazione basato sul learning by doing, sull’obbligare il partecipante dell’evento formativo a mettersi in gioco direttamente con un approccio collaborativo ed iterativo eliminando il vecchio modo di fare formazione.

Nello specifico di questo metodo l’efficacia è data dal meccanismo inconscio che lega mente e mano dove quest’ultima rappresenta in tempo reale cosa la mente sta pensando e potendolo vedere dunque rappresentato in un modello 3D.

Come trained facilitator of Lego® Serious Play® method and materials e formatore che da anni utilizza strumenti di gaming (mappe mentali, rory story cubes, ecc.) lo ritengo uno degli strumenti più potenti che ci siano proprio per questa connessione diretta tra pensiero e praticità.

Nel people management, ad esempio, questo metodo è molto utile e potente nel dirimere tutte quelle situazioni legate alla gestione delle persone in azienda. Situazioni complesse, con differenti sfaccettature a seconda anche delle personalità del team o dei gruppi di lavoro. Lavorare sul team, sul clima e la cultura aziendale, sulle connessioni tra reparti o uffici differenti per evidenziare le conseguenze di singole azioni su un sistema (in linea anche con l’approccio agile), facilitare lo sviluppo di un approccio resiliente ai cambiamenti, definire soluzioni concrete ed applicabili a problemi complessi nella gestione HR  sono alcune dei diversi utilizzi per cui questo metodo può essere davvero importante.

Lavorare su questi temi con un approccio differente è fondamentale per raggiungere i risultati attesi, soprattutto in tempi come questi dove i cambiamenti sono all’ordine del giorno e le organizzazioni devono essere capaci di adattarsi costantemente.

Con questo metodo si riesce, inoltre, ad evidenziare le differenze di pensiero ed approccio, visibili mediante il modello costruito dai singoli, tra le diverse persone che fanno parte di un team o di un gruppo di colleghi su cui si sta lavorando.

Allo stesso tempo, però, è necessario considerare che non tutte le persone hanno l’adeguato “settaggio mentale” per affrontare le situazioni utilizzando strumenti ed approcci innovativi. Questo metodo riesce, a mio parere, a conciliare entrambe le esigenze. Essere potente rispetto agli obiettivi da raggiungere ma mettendo le persone a loro agio facendole “giocare” con uno strumento che, chiunque almeno una volta da piccolo, ha maneggiato e con cui ha costruito storie fantastiche.

 

Grazie per l’attenzione,

Alessandro De Chellis

 

 

 

Camino acceso, una tazza di thè ed una finestra che da su un paesaggio innevato: quale miglior modo di lavorare si potrebbe desiderare?

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un repentino cambio del mondo del lavoro e dell’impresa in generale. Non soltanto per le conseguenze, presenti e future, dell’industry 4.0 ma, più in generale, per un tendenziale cambiamento ed approccio al lavoro.

Fermo restando che ci sono tantissime situazioni che ancora vedono il rapporto azienda-lavoratori basato su acredini, conflitti, freddezza e divisione il mondo, soprattutto, delle imprese tecnologiche e della sharing economy sta introducendo un concetto nuovo di questo tipo di rapporto. Maggiormente basato sulla fiducia (anche forse prevalentemente basato sulla fiducia), sul benessere delle persone non come benefit a se stante ma quale collante per migliorare le prestazioni lavorative e la passione con cui le persone svolgono il proprio lavoro a tutto vantaggio dell’azienda stessa che ne beneficia in prestazioni sempre più performanti.

In questo contesto, pertanto, si sono sviluppate discussioni, analisi, confronti su temi come il welfare aziendale (quello del welfare è stato sempre visto come un ambito di competenza statale tranne pochi casi virtuosi privati) o dello smart working, quella forma di lavoro maggiormente elastica e flessibile che rivoluziona il concetto di lavoro tradizionale.

E qui veniamo al titolo di questo articolo: siamo sicuri che lavorare da casa davanti ad un camino, sorseggiando del thè e potendo, ogni tanto, volgere lo sguardo ad un panorama fuori della finestra sia un qualcosa che non si possa chiamare lavoro? Perché dobbiamo continuare a pensare, perché è questo che accade nella media delle teste delle persone, che lavorare da casa sia necessariamente un non fare nulla o fare di meno? Il titolo è volutamente provocatorio anche perché nel lavoro da remoto non sempre lo scenario è o può essere questo.

Ma il concetto voleva affrontare la questione mentale e cioè la necessità forte di un cambiamento in primis nell’approccio mentale che si deve portare alla quarta rivoluzione industriale che si sta profilando ma, più in generale, a questo nuovo paradigma del lavoro.

In tutto questo, ovviamente, il nostro legislatore non si pone come alfiere dell’innovazione e dell’avanguardismo se si pensa che, nel disciplinare lo smart working (questa è sicuramente una nota di merito), tra le prime cose che ha tentato di disciplinare è il controllo a distanza. Controllo a distanza!? E’ esattamente in antitesi con il concetto stesso di smart working che, torno a ripetere, si deve basare su un approccio fiduciario dove non si ragioni in termini di controllo o di verifica di eventuali “furbizie”.

E’ evidentemente un tasto molto dolente questo figlio di rapporti industriali basati sullo scontro e non sarà facile da scardinare. Quello che è fondamentale, però, capire, è che il futuro del lavoro e dell’impresa devono passare necessariamente da una modifica dei rapporti interni. L’azienda deve essere, cioè, un unicum compatto, coeso, solidale e pronto ad affrontare le sfide che il mercato su cui opera le pone. Sapendo modificarsi in tempo reale, sapendo guardare avanti e motivare le persone che rendono possibile l’essere ancora attivi sul mercato.

Fino a quando non ci sarà questo click decisivo tutte le soluzioni, anche innovative, che verranno introdotte saranno destinate a rimanere sempre e comunque un qualcosa di parzialmente incompiuto.

 

Grazie per l’attenzione,

Alessandro De Chellis