Camino acceso, una tazza di thè ed una finestra che da su un paesaggio innevato: quale miglior modo di lavorare si potrebbe desiderare?

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un repentino cambio del mondo del lavoro e dell’impresa in generale. Non soltanto per le conseguenze, presenti e future, dell’industry 4.0 ma, più in generale, per un tendenziale cambiamento ed approccio al lavoro.

Fermo restando che ci sono tantissime situazioni che ancora vedono il rapporto azienda-lavoratori basato su acredini, conflitti, freddezza e divisione il mondo, soprattutto, delle imprese tecnologiche e della sharing economy sta introducendo un concetto nuovo di questo tipo di rapporto. Maggiormente basato sulla fiducia (anche forse prevalentemente basato sulla fiducia), sul benessere delle persone non come benefit a se stante ma quale collante per migliorare le prestazioni lavorative e la passione con cui le persone svolgono il proprio lavoro a tutto vantaggio dell’azienda stessa che ne beneficia in prestazioni sempre più performanti.

In questo contesto, pertanto, si sono sviluppate discussioni, analisi, confronti su temi come il welfare aziendale (quello del welfare è stato sempre visto come un ambito di competenza statale tranne pochi casi virtuosi privati) o dello smart working, quella forma di lavoro maggiormente elastica e flessibile che rivoluziona il concetto di lavoro tradizionale.

E qui veniamo al titolo di questo articolo: siamo sicuri che lavorare da casa davanti ad un camino, sorseggiando del thè e potendo, ogni tanto, volgere lo sguardo ad un panorama fuori della finestra sia un qualcosa che non si possa chiamare lavoro? Perché dobbiamo continuare a pensare, perché è questo che accade nella media delle teste delle persone, che lavorare da casa sia necessariamente un non fare nulla o fare di meno? Il titolo è volutamente provocatorio anche perché nel lavoro da remoto non sempre lo scenario è o può essere questo.

Ma il concetto voleva affrontare la questione mentale e cioè la necessità forte di un cambiamento in primis nell’approccio mentale che si deve portare alla quarta rivoluzione industriale che si sta profilando ma, più in generale, a questo nuovo paradigma del lavoro.

In tutto questo, ovviamente, il nostro legislatore non si pone come alfiere dell’innovazione e dell’avanguardismo se si pensa che, nel disciplinare lo smart working (questa è sicuramente una nota di merito), tra le prime cose che ha tentato di disciplinare è il controllo a distanza. Controllo a distanza!? E’ esattamente in antitesi con il concetto stesso di smart working che, torno a ripetere, si deve basare su un approccio fiduciario dove non si ragioni in termini di controllo o di verifica di eventuali “furbizie”.

E’ evidentemente un tasto molto dolente questo figlio di rapporti industriali basati sullo scontro e non sarà facile da scardinare. Quello che è fondamentale, però, capire, è che il futuro del lavoro e dell’impresa devono passare necessariamente da una modifica dei rapporti interni. L’azienda deve essere, cioè, un unicum compatto, coeso, solidale e pronto ad affrontare le sfide che il mercato su cui opera le pone. Sapendo modificarsi in tempo reale, sapendo guardare avanti e motivare le persone che rendono possibile l’essere ancora attivi sul mercato.

Fino a quando non ci sarà questo click decisivo tutte le soluzioni, anche innovative, che verranno introdotte saranno destinate a rimanere sempre e comunque un qualcosa di parzialmente incompiuto.

 

Grazie per l’attenzione,

Alessandro De Chellis

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