Sviluppare la leadership attraverso pratiche meditative

MindfulnessLo so, il titolo potrebbe attirare sorrisi e scetticismo con reazioni del tipo “ecco l’ennesimo articolo motivazionale che fa voli pindarici inutili ed insulsi” oppure “stiamo con i piedi per terra, per avere leadership c’è bisogno di esperienza sul campo e anni di lavoro boots on the ground”. Legittimo, mi verrebbe da dire, perché ognuno la pensa come vuole.

In realtà con questo articolo desidero proporre un approccio diverso su aspetti nuovi del mondo del lavoro che, complice la velocità a cui oggi cambia e si evolve ma anche una generale maggiore consapevolezza che si sta diffondendo tra le persone, per forza di cose non possono più essere ignorati se si vuole mettere nel paniere aziendale tutti gli strumenti utili per fare si che l’azienda resista a tutti i cambiamenti.
Parlare di meditazione non significa avere dei monaci buddisti tra le proprie stanze o fare sessioni infinite dove le persone se ne stanno nella posizione del loto a ripetere all’infinito mantra tradizionali.

Significa, invece, adattare tecniche ormai consolidate a quelli che potrebbero essere le necessità aziendali al fine di far andare meglio l’azienda nel suo complesso.

E’ innegabile che la leadership è una competenza che si può “costruire” nel tempo, sia attraverso le esperienze che con corsi di formazione, ma è anche un aspetto insito nella “persona”, una sua caratteristica innata. E’ questa, a mio avviso, la dimensione giusta su cui affrontare questo argomento. Le persone hanno caratteristiche, attitudini, inquietudini, timori, limiti che si possono modellare fino ad un certo punto e, laddove poi vengano fuori in maniera non appropriata durante l’attività lavorativa, possono anche determinare risultati fortemente negativi.

La meditazione, ed in particolare la mindfulness su cui voglio concentrare la mia attenzione, consente di aggiungere conoscenza, strumenti, tecniche e metodiche con cui attutire più possibile gli effetti negativi della parte intima e personale di ognuno di noi. Soprattutto se si ha a che fare con ruoli di responsabilità, di gestione di altre persone dove si deve essere in grado non soltanto di guidare ma anche ispirare.

Quanti cosiddetti “leader” lo sono solamente nell’inquadramento aziendale e molto poco nella quotidianità, nel rapporto con le persone che dovrebbero guidare? E quanto questo incide pesantemente sui risultati di un team o di un’azienda intera? Nella mia esperienza, tantissimo. Ed il danno ancora più grave è che spesso non viene percepito collocandosi tra quelli che potremmo definire c.d. “costi indiretti”.

L’obiettivo principale della mindfulness è quello della “centratura” ovvero vivere il presente nel momento in cui si manifesta, in maniera focalizzata, non giudicante ed anzi prendendo le esperienze che questo pone di fronte, negative o positive che siano, come un dono.

Rapportato al mondo del lavoro questo consente di essere in grado di essere focalizzati su quello che si sta facendo, sulle reazioni delle persone che ne sono coinvolte, di “ascoltare” veramente feedback, reazioni, suggerimenti che potrebbero scaturire potendoli trasformare in valore positivo per il risultato finale. In una sola parola, equilibrio. L’equilibrio di gestire tutte le pressioni che un leader ricevere quotidianamente, dall’alto ma anche dal basso, correggendone, perché consapevole, gli aspetti negativi e sapendo leggere meglio le situazioni che si manifestano.

Ovviamente parliamo, in questo caso, di un approccio “olistico” al lavoro e non solo basato su procedure e prassi acquisite in business schools o master di specializzazioni varie; per tale motivo è molto più impercettibile e necessita di una predisposizione, anche solo dal punto di vista dell’apertura e disponibilità mentale, che non è semplice avere. Del resto se all’estero, soprattutto nei paesi anglosassoni, questo tipo di pratica è già stata introdotta in molteplici aziende ma anche istituti scolastici (per aiutare i ragazzi proprio nel riuscire a focalizzarsi meglio sullo studio) l’idea di farla diventare uno dei tanti strumenti a disposizione dell’azienda nel people management forse può non essere così fuori luogo.

Dal punto di vista del come farlo non voglio soffermarmici troppo in questo articolo, le pratiche, formali ed informali, sono differenti e variegate ed ognuna deve essere abbinata ad una visione e progetto complessivi chiari, mirati ad un obiettivo e che possono essere esplorate in maniera specifica azienda per azienda.

Per concludere, il punto che volevo raggiungere era quello di aprire una piccola finestra su un argomento così particolare e di frontiera che, almeno alle nostre latitudini, è ancora poco conosciuto e relegato solo a determinate professionalità (mediche soprattutto) ma che, invece, porterebbe benefici enormi in tantissimi casi all’interno delle aziende.

 

Grazie per l’attenzione,

Alessandro De Chellis

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