C’è bisogno di creatività

Questioni di punti di vista – riflessioni sulle soft skills

di Sara Caneponi

 

Dopo tante letture ormai mi è chiaro: l’elenco delle competenze di cui è bene impossessarsi per affrontare l’avvento dell’era digitale è lungo e richiede un grande sforzo di acquisizione.

Nella lista sono presenti, tra le tante, competenze tecnologiche, matematiche, informatiche, di problem solving, flessibilità e resilienza.

Quella che, però, mi ha colpito più di tutte è stata la creatività.

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Da vocabolario italiano, per creatività si intende la capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia.

Quindi si devono fare corsi per essere più intelligenti? E come si fa?

Da un punto di vista psicologico per creatività si intende un processo di dinamica intellettuale la quale ha come fattori fondanti: la capacità di fare proprie le idee ed i concetti appresi rielaborandoli in modo originale e personale sapendo, quindi, produrre idee e concetti nuovi, la capacità di analisi e di sintesi, la capacità di lasciarsi catturare emotivamente per dare il giusto “calore” a quanto di nuovo si produce.

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Nella grafologia morettiana, di cui sono appassionata studiosa, questo concetto è racchiuso in uno dei segni più affascinanti ed unici di tutta la grafologia di Moretti: il disuguale metodico.

Se, quindi, la creatività, nell’accezione psicologico-grafologica, è un’interazione di elementi ritmici pulsanti dell’individuo, come pensare di poterla “apprendere” in un corso, al pari di una competenza puramente tecnica?

Piuttosto, ritengo possa essere acquisita nel tempo.

Le aziende oggi richiedono persone competenti da un punto di vista tecnico e – aggiungo soprattutto – intellettualmente dinamiche.

Credo che la difficoltà sia proprio in questo secondo aspetto.

La creatività è una qualità che si forma con il tempo perchè costituita dall’interazione di tante dinamiche intellettive ed affettive.

E’ anche compito di chi, come me, lavora con le aziende, far capire che tutto ciò che concorre a dare da mangiare alla mente ed allo spirito di una persona la fa crescere e, nel tempo, la fa essere anche creativa.

Chi lavora in azienda è in primis una persona.

Non basta una stanza colorata per essere creativi; occorre anche ascoltare la persona e supportarla se ne ha bisogno.

Così la si fidelizza all’azienda e si sente persona al lavoro, non lavoratore.

Emblematico il risultato del sondaggio ExpoTraining effettuato su mille realtà aziendali e 500.000 persone al lavoro: le attività formative vengono effettuate solo se finanziate o obbligatorie per legge.

Non solo, gli incontri di evoluzione personale finalizzati a traghettare le organizzazioni verso l’innovazione sono solo ad esclusivo appannaggio di manager ed executives.

Mi piange il cuore.

Un’organizzazione è composta da tante persone non solo dai managers.

La nostra epoca ci ha indotto a credere che tutto si può comprare o acquisire con estrema facilità e velocità.

Temo che molti attori di questa rivoluzione del lavoro, aziende e consulenti, stiano sottovalutando l’importanza dei percorsi evolutivi per tutte le persone che fanno parte di un’organizzazione ed anche dei tempi di evoluzione ad essi necessari.

Un’organizzazione non è data dalla somma degli individui che la compongono, bensì dall’interazione delle intelligenze di ciascuna persona che compone l’organizzazione stessa.

Ed ecco allora che sono importanti tutti gli elementi di un gruppo, poichè ognuno di essi mette in campo le proprie qualità per procedere ed evolvere.

Ed è in realtà come queste che la creatività si può esprimere al meglio.

Ci sono doti, come la creatività per l’appunto, che si acquisiscono con il tempo, con la dedizione e con la fiducia.

Forse è bene ricordarcelo ogni tanto.

 

 

 

 

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