Quando è il robot a licenziare….

Questioni di punti di vista 

di Sara Caneponi

 

Facendo la rassegna stampa quotidiana vengo a conoscenza della storia molto triste della Sig.ra Ricutti, ex impiegata Ikea licenziata “dall’algoritmo” attualmente in uso presso l’azienda il quale sembrerebbe, non solo determinare i turni di lavoro, ma anche prendere decisioni come licenziare le persone.  

 

Il titolo dell’articolo diceva “L’algoritmo detta i turni”… bene quindi mi chiedo è il nuovo Hr manager di Ikea?

Da consulente so bene che queste sono questioni spinose e che se non si conoscono le dinamiche nel profondo non si possono esprimere giudizi tantomeno prendere posizioni nette, quindi non lo farò.

Ma il sensazionalismo giornalistico con cui vengono scritti articoli e titoli mi infastidisce notevolmente, soprattutto se si tratta di tematiche tecniche come il diritto del lavoro su cui dire o scrivere sciocchezze è facile per chi non conosce a fondo la materia.

La mia intenzione, dunque, è quella di prendere spunto da questa notizia per fare alcune riflessioni sul mondo del lavoro e delle organizzazioni che abbiamo tutti noi contribuito a creare e di cui, in un certo senso, siamo vittime.

Siamo simultaneamente vittime e carnefici di un sistema che abbiamo creato noi.


In primis, che cos’è un algoritmo.

E’ una sequenza precisa di istruzioni che devono essere svolte in modo consequenziale per ottenere un determinato risultato, per realizzare uno specifico compito.

Quindi, semplificando, eseguire una ricetta culinaria, ipotizziamo di pasticceria, è eseguire un algoritmo: se seguo pedissequamente la ricetta al termine avrò un dolce ben eseguito.

 

Istruzioni precise ergo risultato certo.

 

E’ un concetto estremamente semplice.

 

Ma allora se l’algoritmo è una sequenza di istruzioni perchè nell’articolo di giornale c’era scritto che esso “stabilisce turni di lavoro” e “licenzia”?

In poche parole, perchè si tende a personalizzare una sequenza di istruzioni solo perchè informatizzata?

 

A mio avviso perchè fa paura.

 

E’ scritto nella storia dell’umanità, ciò che non si conosce fa paura.

 

Se pensiamo agli antichi Greci ed alla loro mitologia capiamo perfettamente questo concetto di paura dell’ignoto.

Nell’antichità quando calava la notte essa era così nera, data l’assenza di luci elettriche, che spaventava.

Erebo (in greco antico: Ἔρεβος, Érebos, cioè “tenebre”), è, per l’appunto, la divinità ancestrale con cui i Greci personificavano l’oscurità.

Simbolizza, secondo i filosofi antichi, la manifestazione del cosmo a partire dal caos o essenza immanifesta (sconosciuta dunque) ed è considerato una divinità primordiale figlia delle Tenebre e del Caos.  

Quindi attribuivano alle tenebre, al buio, all’oscurità, ed a tutto ciò che accadeva nel lasso di tempo in cui vi era quell’oscurità, la sembianza della divinità per poterla onorare, ottenerne i favori e smettere di averne paura.

Questa dinamica antropologica accade, in modo similare, ancora oggi in alcune delle poche tribù dell’Africa Centrale rimaste intonse all’avvento della “civiltà” occidentale.

 

Tornando ai nostri giorni, quindi, dietro la personificazione dell’algoritmo c’è la paura dell’uomo rispetto a ciò che esso rappresenta, ovvero il cambiamento delle dinamiche lavorative, sociali ed economiche.

Pensando l’algoritmo per ciò che è, si capisce come dietro di esso, così come dietro gli strumenti da cucina, ci sia l’uomo.

E’ la persona che imposta l’algoritmo, è la persona che decide quale obiettivo ottenere e sulla base di ciò fa l’elenco delle istruzioni precise da seguire per raggiungerlo.

L’algoritmo è una razionalizzazione di procedure stabilita da persone la quale avrà influenza su altre persone.

 

In quest’ottica, la tecnologia non può che essere vista come prodotto umano a servizio delle persone che compongono l’organizzazione.

Non deve e non può essere temuta.

La tecnologia non decide nulla. Sono le persone che la impostano affinchè essa agisca in un certo modo.

 

Ed ecco allora che torna la persona al centro di tutto.

Sta a ciascuno di noi assumere il dovere morale di conoscere e formarsi per non avere paura di ciò che in prima battuta è sconosciuto.

 

Sta a consulenti, formatori ed imprese avere il compito di traghettare il mondo del lavoro in una nuova era fatta di perfetta sintonia tra progresso, tecnologia ed umanità.

 

 

 

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