Un nuovo modello di stabilità

Questioni di punti di vista 

di Sara Caneponi

 

Guardo molto poco la televisione, preferisco la compagnia di un libro.

Tuttavia, avendo l’influenza costretto anche me ad un riposo forzato a casa, ho avuto modo di accendere la tv più spesso del solito e, ahimè, di ascoltare alcuni programmi di attualità.

Oltre alla deprimente monotonia dei temi proposti, ho notato il clamore ed il sensazionalismo utilizzati per fare presa sulla “vittima” inconsapevole a casa, ovvero lo spettatore.

Tra i temi trattati, ovviamente, c’è quello caldo del lavoro in tutte le sue declinazioni più terrificanti ed apocalittiche.

Su questo ed altri temi, la tecnica del sensazionalismo si concretizza nell’utilizzare parole che mettono paura, che toccano la tranquillità del singolo e del suo modo di intendere la vita.

Quindi, la parola abusata e ripetuta come un mantra sul tema lavoro è “precarietà”.

Infastidita da questo modo di comunicare e di trasmettere un passaggio epocale che ci piaccia o no stiamo vivendo e che, soprattutto, non si può fermare, ho iniziato a riflettere e a chiedermi: che cosa è la precarietà e che cosa significa esattamente?

Il dizionario Treccani la definisce come la condizione di ciò che può subire un peggioramento imminente, di ciò che non dà garanzie di continuità.

E’ quindi un concetto di natura essenzialmente psicologica.

Ci si sente precari rispetto a un modello ritenuto, a contrario, stabile, cioè solido e certo.

 

E se quello che sta cambiando fosse, oltre a tutto il resto, anche il modello di stabilità?

Se il sensazionalismo televisivo fosse volutamente rimasto “attaccato” ad un concetto culturale di stabilità che oggi non esiste più?

Se fossimo, quindi, indotti a camminare in avanti con lo sguardo rivolto indietro, al passato, anzichè proiettato al futuro ed al nuovo che arriva?  

 

Il Libro Verde Work 4.0 presentato nel 2015 dal Ministero del lavoro tedesco ha avuto il merito di fare un’analisi sui nuovi mercati del lavoro mettendo in risalto anche la rivoluzione culturale che sta avvenendo di pari passo con quella tecnologica.

Sono e stanno cambiando, dunque, i paradigmi ed i modelli sociali.

Ecco allora che emergono le nuove preferenze anche in ordine alla organizzazione del lavoro; le persone manifestano esigenze, priorità e valori specifici i quali si traducono in maggiore spazio alla conciliazione tra vita lavorativa e vita privata, maggiore autonomia decisionale e gestionale del proprio tempo (in tal senso si pensi allo sviluppo dello smart working), sempre più necessità di continuare a formarsi.

Il modello di stabilità fordista, il quale riconduce il concetto di stabilità unicamente ad un equilibrio economico salariale e contrattuale (identificato con il contratto standard a tempo indeterminato), si sta trasformando in un nuovo concetto di stabilità, inteso come equilibrio tra vita privata e lavorativa, benessere personale e realizzazione professionale, possibilità di cambiare continuando ad accrescere le proprie competenze e le proprie esperienze professionali e di vita.

Appare chiaro come il cambiamento del paradigma sociale di stabilità si ripercuota anche sull’organizzazione e sul concetto stesso di rapporto di lavoro.

Non più meramente subordinato, come nell’epoca fordista, bensì visto ed approcciato in un’ottica di rete e di collaborazione: la persona lavoratrice conserva la sua autonomia individuale facendo al tempo stesso parte di un sistema più complesso che è quello aziendale.

Un esempio di sistema organizzativo puramente collaborativo è la holacracy, in cui l’autorità e le decisioni sono distribuiti nell’ambito di una olarchia di gruppi auto-organizzati anziché fissati in una gerarchia di tipo manageriale e piramidale.

Il lavoro, quindi, sta assumendo un ruolo chiave nella trasformazione epocale che riguarda sia l’aspetto tecnologico più tecnico, ma soprattutto quello culturale, sociale, antropologico e di valori che stiamo vivendo.

Ridurre tutto questo al concetto troppo semplificato di precarietà senza leggervi dietro tutta la complementarietà di tematiche che si stanno muovendo ed integrando è grave.

Chiedersi perchè ed avere uno sguardo di aperta curiosità al nuovo è l’approccio giusto per adeguarsi ad una nuova era.

 

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