La felicità sul lavoro è qualcosa di importante oppure no?

Veniamo da una cultura del lavoro, dei decenni passati, basata soprattutto sul concetto del “sostentamento”; il lavoro dunque come via per poter guadagnare uno stipendio che consenta di vivere una vita dignitosa e mantenere la famiglia. Non è una visione sbagliata se consideriamo che anche la nostra Costituzione dice, all’articolo 1, che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e all’articolo 36, che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa“.

Questo approccio, tramandato dai nostri nonni prima e genitori poi, ha subito oggi un forte cambiamento. Fermo restando che questo significato rimane valido ed è la base da cui partire, ancora di più ahimè per chi subisce le storture del nostro mercato del lavoro e non riesce nemmeno ad avere un minimo sostentamento, i cambiamenti degli ultimi venti/trenta anni lo hanno modificato alla radice.

Quali sono stati questi cambiamenti:

  • crisi finanziaria del 2007 che ha messo in luce la fragilità del nostro sistema lavorativo portando, purtroppo, alla perdita di molte attività produttive;
  • cambiamento nella tipologia di attività con una forte virata, sin dagli anni ’90, verso il settore dei servizi, IT e finanziario rispetto invece alla nascita di nuove attività manifatturiere, artigianali, ecc;
  • l’entrata in scena, nel mercato globale, di aziende di paesi lontanissimi dal nostro che hanno rivoluzionato, in meglio o in peggio non è questa la sede per stabilirlo, le regole del mercato del lavoro creando così una concorrenza, soprattutto in settori “tradizionali”, molto forte;
  • entrata in scena, o raggiungimento della maturità lavorativa, di nuove generazioni di lavoratori (millennials, nativi digitali, generazione X) che hanno portato nell’ambito lavorativo nuove consapevolezze, debolezze, approcci e bisogni;
  • la digitalizzazione e, presto, la sempre maggiore automazione del lavoro.

Tutti questi elementi, e molti altri che sicuramente non ho citato, hanno contribuito a cambiare profondamente il concetto di lavoro che è passato dall’essere la via attraverso la quale avere il necessario sostentamento a una situazione dove, oltre al guadagnare uno stipendio, si possa trascorrere gran parte della propria vita in un contesto diverso, maggiormente sostenibile, in ambienti di lavoro salubri e adatti alle esigenze delle persone, in aziende che guardino anche a determinati valori (ambiente, persone, territorio, ecc.) con un occhio differente.

In questo senso, che per larghi tratti deve ancora svilupparsi nel nostro paese, si è fatto largo il concetto della felicità al lavoro, del benessere organizzativo o wellbeing (per dirla all’inglese). Non si tratta, come i detrattori di queste teorie potrebbero ironizzare, dell’essere tutti amici, abbracciarsi e stare sempre con il sorriso a trentadue denti stampato in faccia ma di un concetto molto più sottile. Significa creare un ambiente di lavoro che sia in linea con le persone che ci lavorano, che le faccia sentire a proprio agio, che consenta loro di esprimersi in maniera totale e poter anche manifestare, a vantaggio in questo caso in primis dell’azienda, i propri punti di forza e talenti.

Sia chiaro, per raggiungere questo livello non basta organizzare saltuariamente una “cena aziendale” dove si finge di sopportarsi vicendevolmente o qualche sessione “outdoor” di team building. Queste sono le soluzioni anni ’80/’90 da motivatori “fai da te” che hanno manifestato abbondantemente i propri limiti.

Si tratta di avere innanzitutto una visione dell’impresa ben oltre l’attività produttiva e gli aspetti tecnici che la riguardano. Significa guardare alle persone con occhi nuovi e non limitati ai prospetti del “mansionario”, del livello di inquadramento o di obsoleti funzionigrammi e organigrammi.

Mirare al benessere organizzativo significa avere uno sguardo profondo della propria azienda e capire le esigenze delle persone che ci lavorano, adottare quelle soluzioni che, pur essendo consapevoli che l’azienda non può risolvere i problemi del mondo, possono far sentire maggiormente “a casa” i lavoratori (welfare aziendale, lavoro agile), vuole dire disegnare i processi lavorativi con la partecipazione di chi poi ne dovrà fare parte abbandonando approcci top/down di vecchia memoria. Vuol dire pensare alla crescita continua dell’azienda che passa attraverso quella dei lavoratori (processi formativi tarati sulle reali esigenze sia aziendali che dei lavoratori e non tanto per spendere budget a disposizione di fondi interprofessionali).

Tutto questo non per generici obiettivi di brand reputation, per quanto sicuramente sia un vantaggio e consenta all’azienda di essere anche più attrattiva verso nuovi talenti, ma perché si è capito nel profondo che il lavoro di oggi accompagnerà praticamente tutta la vita delle persone ed è impensabile che non sia “sostenibile” e vada incontro alle esigenze personali. Qualcuno parla di nuovo “umanesimo” e probabilmente è così. Soprattutto oggi che si sta assistendo a un radicale e ulteriore cambiamento dei luoghi di lavoro con la forte robotizzazione degli stessi.

Tutto questo dà la certezza che l’ambiente di lavoro possa migliorare e basarsi su concetti di benessere? No, alla base ci deve essere la consapevolezza e la volontà del management, a seguire anche dei lavoratori, di virare verso questa visione dell’impresa altrimenti qualsiasi cosa fatta rimarrà un intervento estemporaneo dai dubbi risultati.

 

Grazie per l’attenzione,

Alessandro De Chellis

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