Quali sono le competenze più cercate oggi nel mercato del lavoro?

 

Il lavoro è certamente un elemento centrale della vita di ogni persona e la caratterizza per almeno il settanta percento (statistiche INAIL di qualche anno fa). Ci sono molti approcci e visioni differenti su questo tema, diviso tra chi lo vede come un aspetto totalizzante per la vita di un essere umano (che può portare all’identificazione di se stessi con il lavoro che si svolge, sono un “consulente del lavoro”) e chi invece ritiene che debba essere uno degli aspetti, sicuramente importante, che compongono la vita di una persona ma che non soffochi gli altri.

Certamente proveniamo da una cultura del lavoro, sin dall’inizio del ‘900 con la nascita del c.d. “fordismo” per proseguire con le generazioni del boom economico, passando per gli yuppies e fino agli inizi degli anni duemila, dove questo è stato considerato centrale per la gestione di tutte le cose che poi andavano a caratterizzare la vita: acquisto di una casa, il matrimonio, mettere su famiglia e poi la pensione. Un ciclo di vita statico, ben definito, prevedibile dove il lavoro era la costante perché dapprima consentiva di avere l’introito economico necessario allo sviluppo della persona e della sua vita e poi, in età pensionabile, a godersi il meritato riposo con un’entrata certa e costante.

Lavoro e soldi dunque, un sodalizio molto forte che ha per lo più identificato il concetto di lavoro nella società degli ultimi trenta/quaranta anni (e che in parte continua a essere l’asset principale quando si parla di questi temi). Questo approccio ha portato, complice un mercato del lavoro che lo consentiva dando opportunità molto ampie e consentendo che queste poi definissero dei percorsi di carriera sicuri, a un graduale scadimento della considerazione del “sé” rapportato al lavoro; cosa mi piace fare, quali sono le mie attitudini, aspirazioni, sogni. Cosa proprio non vorrei mai fare. Nella maggior parte dei casi, dunque, si accettava di svolgere mansioni che non rientravano esattamente nel contesto di competenze per le quali si era studiato o per le quali si poteva avere un’attitudine; vuoi perché non sempre l’istruzione era alla portata di tutti (sia quella superiore che, in particolare modo, quella universitaria) ma anche perché il focus della società era su altro: famiglia, casa, pensione e, nel contempo, possesso di beni (macchina, seconda casa al mare o montagna, televisione e altro).

Attenzione, non sto necessariamente criticando questo modello di società e di approccio al lavoro (seppur in parte sia stata la causa delle storture nel sistema che abbiamo oggi) ma solamente cercando di focalizzarlo per lo sviluppo del tema oggetto di questo articolo.

Tutto questo fino agli inizi degli anni duemila quando sono state introdotte le prime riforme che hanno iniziato a modificare l’assetto del mercato del lavoro (vedi Legge Biagi) in quanto a livello mondiale nuovi players si stavano approcciando (paesi emergenti, una sempre maggiore globalizzazione) che avevano cambiato le esigenze delle imprese. Fino ad arrivare alla crisi finanziaria, che nel nostro Paese ha poi scoperchiato il vaso di Pandora mettendo a nudo tutti limiti del nostro sistema economico/lavorativo/sociale fermo a trenta anni prima, che ha raso al suolo buona parte del mercato  allora esistente e cambiato per sempre le modalità di intendere l’economia, il lavoro, il fare impresa.

In parallelo, è arrivata anche la rivoluzione digitale e l’Industry 4.0 che ancora non hanno neanche espresso per intero il proprio potenziale.

Le persone, pertanto, sono state costrette a rivedere, molto spesso obtorto collo, quel modello monolitico di percorso di vita e lavoro in favore di una maggiore flessibilità, incertezza e variabilità delle condizioni (con conseguente minore equilibrio personale, maggiore stress e fatica, ecc.).

Quello che si chiede alle persone che transitano nel mercato del lavoro, ma anche a chi ha un posto di lavoro al momento “sicuro”, è certamente la propensione al cambiamento continuo e alla formazione costante. Da tutti i maggiori osservatori e studiosi dei temi del lavoro si è oramai consolidata l’idea che i lavoratori di oggi debbano costantemente formarsi, la cosiddetta life-long learning, non solamente con corsi specifici ma anche “osservando” i trend, i cambiamenti, cercando di anticipare per quanto possibile le nuove evoluzioni e prendendole per tempo. Lettura di quotidiani, blog, siti specializzati, il seguire centri di ricerca e studi sui temi del lavoro, leggere libri di varia natura (saggi, tecnici, ecc.) fanno parte oggi del bagaglio di cultura e aggiornamento costante che anche un lavoratore, al netto di quanto già non faccia per suoi interessi personali, deve portare avanti anche per poter essere al passo con i tempi. Questo riguarda tutti, profili lavorativi più alti ma anche quelli più di natura tecnica.

La formazione, ovviamente, è poi fondamentale per poter acquisire quelle skills richieste dal mercato e che possono aiutare nel reinserimento lavorativo o nella propria carriera (perché non si deve solo considerare chi un lavoro non lo ha ma anche chi vuole evolversi nell’attuale mercato del lavoro).

Quello che maggiormente spaventa di questa rivoluzione digitale e industriale è la prevista perdita massiccia di lavoro e qualifiche professionali esistenti (associata a quanto già accade normalmente per effetto del mercato globale, ecc.). Su questo tema non c’è una ricetta assoluta, nessuno la deteniene al momento. E’ per questo che il mantenersi costantemente informato e formato, filtrando al meglio le fonti, può essere intanto un primo passo per essere il meno sorpresi e spaesati possibili. Quello che tanti sostengono è che, a fronte della perdita di molti lavori, se ne andranno a a creare di altri oggi sconosciuti e imprevedibili. Sarà così? Non si sa, a parere di scrive è certamente possibile perché già oggi ci sono qualifiche nuove che fino a qualche anno fa non esistevano. Lavandaie, tessitori, contadini, lampionai, maniscalchi, cocchieri, e tutti gli altri potevano pensare che si sarebbero creati nuovi lavori, diversi o come evoluzione del loro, al tempo della prima rivoluzione industriale? Forse no, forse si.

Basti pensare a quanto bisogno abbiamo di:

  • cure mediche e paramediche;
  • insegnamento e diffusione della cultura;
  • ricerca e diffusione delle conoscenze;
  • assistenza a persone anziane e a disabili (considerando l’allungamento della vita e i programmi di Active ageing);
  • cura dell’ambiente naturale e urbano;
  • vigilanza per la sicurezza di persone e cose;
  • conoscenza dei flussi (di persone, veicoli, ecc.)

Già solo questi ambiti hanno bisogno di moltissimi lavoratori senza considerare i nuovi lavori già esistenti legati al mondo tecnologico/digitale o le possibilità che ci sono di sviluppare proprie idee di business. Certamente questo richiede, però, un approccio mentale aperto: non posso continuare a pensare di essere nato come operaio e voler fare quel tipo di lavoro per tutta la vita (laddove questo non mi sia consentito dalle condizioni circostanti).

Certamente è fondamentale approcciare, a questi settori e altri che nasceranno nel continuum di questa rivoluzione in atto, con una mentalità nuova. Non è più accettabile approcciare alla ricerca del lavoro nel modo in cui la si è sempre intesa. Invio di curricula in maniera massiva e casuale sperando che qualcuno risponda. Considerando anche le defezioni dell’attuale sistema pubblico di collocamento, vedremo cosa accadrà con i navigator e quanto si è legiferato di recente, e che le agenzie di somministrazione fanno quello che possono dovendo anche raggiungere propri obiettivi di impresa è fondamentale strutturare una strategia personale di ricerca del lavoro. Una strategia che si componga di tanti elementi che possono essere, in maniera generale e non esaustiva, i seguenti:

  1. iniziare a pensare a se stessi come un brand che deve essere presentato alle aziende in maniera adeguata, individuando il valore aggiunto che si è in grado di apportare e la tipologia di aziende per le quali si vuole lavorare;
  2. utilizzare i social network (tutti, alcuni questo dipende dalla propria strategia) in maniera focalizzata rispetto agli obiettivi di lavoro che si vuole realizzare;
  3. affidarsi ad agenzie di recruiting serie e qualificate scelte anche in funzione di quello che si vuole fare come lavoro;
  4. aprirsi a modalità nuove di pensare a se stessi utilizzando, ad esempio, strumenti come analisi grafologiche (per una maggiore consapevolezza personale su attitudini, qualità che si danno per scontate o non riusciamo a focalizzare da soli, ecc.) o Business Model You per fare un ragionamento strutturato su se stessi da un punto di vista strategico;
  5. fare formazione continua sia nelle modalità classiche che con strumenti tecnologici oggi esistenti (piattaforme MOOC, app come Duolingo, ABA o Babbel per le lingue, professionisti che fanno consulenze e formazione da remoto, ecc.)

Molti parlano oggi, inoltre, di soft skills e cioè quelle competenze “morbide” che i lavoratori devono curare e sviluppare perché sempre più, nel lavoro del futuro, saranno centrali. Alcune di queste, ad esempio, sono:

  • empatia –  sapersi mettere nei panni altrui;
  • intelligenza sociale – capire le dinamiche collettive;
  • capacità di riconoscere il talento – valorizzare le persone, le loro capacità e il valore che potrebbero dare all’azienda al di fuori delle «caselle» burocratiche;
  • capacità di promuovere le interferenze organizzative – favorire l’uscita dagli schemi, la visione del lavoro e dell’azienda da prospettive differenti e con strumenti diversi.

Come si è visto non c’è una ricetta assoluta e infallibile per capire quali sono le figure professionali oggi ricercate o come risolvere il problema della ricerca di lavoro (o evoluzione di carriera). Quello che è certo è che l’approccio personale, l’apertura mentale che ogni persona deve avere rispetto a questo tema dovrà essere sempre maggiore, accogliente verso le novità e disponibile al cambiamento.

 

Grazie per l’attenzione,

Alessandro De Chellis

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